[...] Tita, in ginocchio, china sul metate, si muoveva ritmicamente mentre macinava le mandorle e il sesamo. [...]
Pedro, non potendo resistere ai profumi che lo raggiungevano, si diresse in cucina e rimase come pietrificato sulla porta di fronte alla posizione sensuale di Tita.
Tita alzò il capo continuando a muoversi e i suoi occhi incontrarono quelli di Pedro. Immediatamente, i loro sguardi eccitati si fusero: tanto che chi li avesse visti avrebbe notato un unico sguardo, un unico movimento ritmico e sensuale, un unico respiro agitato e uno stesso desiderio.
Rimasero immobili nell’estasi d’amore fino a quando Pedro non abbassò lo sguardo e lo fissò sul seno di Tita. Tita smise di macinare, si raddrizzò ed erse con orgoglio il petto, perchè Pedro potesse osservarlo completamente. L’esame di cui fu oggetto cambiò per sempre il loro rapporto. Dopo quel penetrante sguardo che aveva trapassato i vestiti, tutto sarebbe stato per sempre diverso. [...]
oppure
[...] “Come vede, tutti abbiamo dentro di noi gli elementi necessari per produrre fosforo. Ma c’è di più, lasci che le dica una cosa che non ho mai confidato a nessuno. Mia nonna aveva una teoria molto interessante. Diceva che, benchè nasciamo con una scatola di cerini dentro di noi, non possiamo accenderli da soli, abbiamo bisogno, come nell’esperimento, di ossigeno e dell’aiuto di una candela. Solo che in questo caso l’ossigeno deve provenire, per esempio, dal fiato della persona amata; la candela può essere un tipo qualsiasi di cibo, di musica, di amore, di parola o di suono che faccia scattare il detonatore e accendere in tal modo uno dei fiammiferi. Per un momento ci sentiremo abbagliati da una intensa emozione. Si produrrà dentro di noi un piacevole calore che con il tempo si andrà affievolendo, lentamente, finchè non sopraggiungerà una nuova esplosione a ravvivarlo. Ogni individuo deve scoprire quali sono i detonatori che lo fanno vivere, poichè è la combustione che si produce quando uno di essi si accende a nutrire di energia l’anima. In poche parole, questa combustione è il nostro nutrimento. Se non scopriamo in tempo quali sono i nostri detonatori, la scatola di cerini si inumidisce e non potremo mai più accendere un solo fiammifero.
Se questo accade, l’anima fugge dal nostro corpo, va entrando nelle tenebre più profonde e cerca invano di trovare nutrimento da sola. Non sa che glielo potrebbe dare soltanto il corpo che ha lasciato inerme e pieno di freddo”.
[...] Per questo bisogna stare lontani dalle persone che hanno il fiato gelido. La loro presenza potrebbe, da sola, spegnere il fuoco più intenso. Maggior distanza prendiamo da queste persone, più facile sarà proteggerci dal loro soffio. Ci sono molti modi di far asciugare una scatola di cerini unida, ma stia certa che una soluzione esiste. Naturalmente bisogna fare molta attenzione ad accendere i cerini uno per volta. Perchè se per una forte emozione si accendessero tutti insieme, produrrebbero un bagliore così intenso da mostrare più di quanto riusciamo a vedere normalmente; e allora davanti ai nostri occhi un tunnel splendente ci indicherebbe la strada che abbiamo dimenticato al momento della nascita e ci invitarebbe a ritrovare la nostra perduta origine divina. Quando abbandona il corpo inerte, l’anima desidera far ritorno al luogo da cui è venuta…
Il libro finisce alle 12.20 circa di oggi, sul bus, mentre torno dal corso. Lo chiudo e lo metto nello zaino. Guardo fuori e mi accordo di essere quasi al negozio e ripenso alle belle espressioni narrate e lette in questi giorni: un po’ all’andata e un po’ al ritorno dal corso. Ripercorro ciò che ho letto e tra molti un punto mi colpisce di più: ad ogni descrizione di situazioni d’affetto viene sottolineata la “fusione” tra le due persone interessate; i sentimenti, gli sguardi, le espressioni, i pensieri e i gesti diventano un tutt’uno. Forse questo, spesso, si dimentica e di fronte a tutto rimane sempre l’”io”, il piacere personale, la nostra soddisfazione e non quella di tutti e due, insieme. E ci raffreddiamo sempre di più…